L’evoluzione dei Bot: da semplici crawler a reti intelligenti guidate dall’AI
C’è stato un tempo in cui i bot erano quasi “innocui”. Visitavano i siti, leggevano pagine, indicizzavano contenuti. Erano poco più che script automatici che facevano richieste HTTP in sequenza. Oggi la parola bot evoca qualcosa di molto diverso. Non più semplici programmi di scansione, ma infrastrutture distribuite, coordinate, adattive, capaci di imitare il comportamento umano, aggirare i sistemi di difesa e perfino collaborare tra loro come vere e proprie reti federate.(...)
Capire questa evoluzione è fondamentale per chi gestisce siti web, CMS, e-commerce o applicazioni online, perché gran parte del traffico malevolo moderno non arriva più da persone, ma da bot intelligenti.
Quando i bot erano “semplici”
Agli inizi del web la parola bot non aveva una connotazione negativa. Erano strumenti funzionali, quasi “di servizio”: i crawler dei motori di ricerca che indicizzavano le pagine, i monitor di uptime che controllavano se un sito fosse online, piccoli spider per analisi SEO o script di scraping molto basilari.
Dal punto di vista tecnico erano estremamente prevedibili. Usavano sempre lo stesso user-agent, seguivano percorsi lineari, facevano richieste regolari e soprattutto non tentavano in alcun modo di simulare il comportamento umano. Bastava osservare i log per riconoscerli al volo.
Anche la difesa, di conseguenza, era semplice. Un file robots.txt, qualche blocco IP o un minimo di rate limiting erano più che sufficienti. In molti casi bastavano un firewall di base o due regole in .htaccess.
Il modello di minaccia era ridotto: il traffico automatico non rappresentava ancora un vero problema operativo.
L’industrializzazione degli attacchi automatici
Con la diffusione di CMS come WordPress e Joomla e con l’esplosione dell’e-commerce, lo scenario è cambiato radicalmente.
I bot hanno iniziato a trasformarsi da strumenti utili a veri e propri strumenti di attacco.
Non si trattava più solo di “leggere” il web, ma di sfruttarlo. Sono comparsi i primi brute force sulle pagine di login, gli scanner automatici di vulnerabilità, gli exploit lanciati in massa contro plugin non aggiornati, lo spam nei form di contatto e lo scraping aggressivo di contenuti e prezzi.
Il salto concettuale è stato enorme: non più un attaccante contro un sito, ma un singolo script contro migliaia di siti contemporaneamente.
Gli attacchi diventano scalabili, automatizzati e praticamente a costo zero. Con poche righe di codice si potevano testare milioni di URL in poche ore.
Per chi gestiva un sito web è stato il primo vero cambio di mentalità. Nascono così CAPTCHA, limitazioni ai tentativi di login, plugin di sicurezza e i primi Web Application Firewall.
La sicurezza non era più opzionale: diventava parte integrante della gestione quotidiana.
L’era delle botnet distribuite
Il passo successivo è stato ancora più critico: le botnet.
Gli attacchi non provenivano più da un singolo server facilmente bloccabile, ma da reti di migliaia di dispositivi compromessi sparsi per il mondo: PC infetti, VPS temporanei, proxy rotanti, perfino oggetti IoT domestici.
Ogni nodo inviava poche richieste, quasi invisibili singolarmente. Ma nel complesso generavano enormi volumi di traffico: DDoS, credential stuffing, scraping massivo, click fraud. Bloccare un IP non serviva più a nulla, perché ne comparivano subito altri cento.
È qui che la difesa cambia paradigma.
Non si guarda più soltanto chi sei, ma come ti comporti. Entrano in gioco analisi comportamentale, fingerprinting del browser, sistemi reputazionali e rate limiting dinamico.
La sicurezza si sposta dall’identità alla statistica.
I bot moderni: quando sembrano persone vere
Negli ultimi anni i bot hanno compiuto un ulteriore salto di qualità.
Non si limitano più a fare semplici richieste HTTP: oggi sono in grado di eseguire JavaScript, utilizzare browser headless come Chrome o Playwright, simulare movimenti del mouse, scroll, tempi di lettura e interazioni credibili.
In pratica si comportano come utenti reali.
Questa capacità li rende molto più difficili da individuare e particolarmente pericolosi per e-commerce, aree riservate, API pubbliche e sistemi di prenotazione. Distinguere un visitatore legittimo da uno script automatizzato diventa una sfida tecnica sempre più complessa, soprattutto per chi utilizza CMS tradizionali.
L’ingresso dell’Intelligenza Artificiale
L’evoluzione più recente è l’integrazione dell’AI.
Non si parla più solo di automazione, ma di adattamento. I bot moderni non provano semplicemente “tutte le porte”: osservano, imparano e ottimizzano. Capiscono quali endpoint rispondono, cambiano schema per evitare i filtri, ruotano user-agent realistici e modulano il traffico per non farsi notare.
Gli attacchi diventano più silenziosi e mirati.
Meno rumore, meno log sospetti, ma maggiore efficacia.
È un passaggio sottile ma decisivo: non forza bruta, bensì intelligenza operativa.
Bot federati: reti che collaborano
Un fenomeno ancora più recente è la cooperazione tra bot.
Non solo reti di macchine infette, ma vere e proprie infrastrutture coordinate, dove i compiti vengono suddivisi: chi scansiona, chi testa credenziali, chi estrae dati, chi li rivende o li monetizza.
Il risultato assomiglia più a un’architettura cloud distribuita che a un malware tradizionale.
Sono sistemi modulari, resilienti, difficili da spegnere perché non hanno un singolo punto centrale.
Cosa significa per chi gestisce un sito oggi
Per chi lavora con WordPress, Joomla o siti statici la conseguenza è chiara: non basta più “non avere bug”.
Molti attacchi moderni non sfruttano vulnerabilità tecniche, ma l’automazione massiva. Anche un sito perfettamente aggiornato può essere travolto da brute force, scraping o traffico artificiale.
Oggi servono difese multilivello: un buon hardening tecnico, protezioni comportamentali e strumenti infrastrutturali come WAF, CDN con protezione bot e monitoraggio costante dei log. E, quando possibile, ridurre la superficie di attacco: meno plugin, meno endpoint dinamici, più contenuti statici.
Meno complessità significa meno bersagli.
Una verità scomoda
C’è un dato che spesso sorprende: una parte enorme del traffico web non è umano. In molti casi si supera tranquillamente il 40 o 50%.
Questo cambia completamente il mestiere di chi gestisce un sito. Non è più solo sviluppo o contenuti: è gestione di traffico automatico e sicurezza continua.
Ignorarlo significa ritrovarsi con server saturi, tentativi di login incessanti, furto di contenuti o costi di hosting inutilmente elevati.
Conclusione
I bot non sono più piccoli script ingenui. Sono diventati distribuiti, intelligenti, adattivi e cooperativi. In altre parole, vere infrastrutture autonome. La sicurezza web non può più limitarsi al “codice scritto bene”. Deve includere monitoraggio, analisi comportamentale e protezione infrastrutturale. Perché oggi la domanda giusta non è più: “Il mio sito ha vulnerabilità?” Ma piuttosto: “Quanto è resistente all’automazione ostile?” E questa è una differenza enorme da tutti i punti di vista.

